5 ottobre 2019

Gli ebook non sono il male!

Gli ebook reader hanno spalancato le porte alla cosiddetta lettura digitale e hanno permesso di racchiudere intere e monumentali biblioteche all'interno di un dispositivo spesso poco più di una matita e leggero come una piuma (o quasi). Oggi, per mezzo di questi dispositivi, una persona può davvero leggere con immensa comodità un tomo di oltre mille pagine senza spaccarsi le dita e può viaggiare ovunque nel mondo (magari perfino sulla Luna) portandosi dietro l'intera biblioteca personale senza alcun ingombro materiale. In pratica, i libri possono davvero essere sempre con noi, in ogni luogo. Potremmo dire che il libro si è spogliato della sua materialità per diventare "qualcos'altro".

Purtroppo la tecnologia non aveva previsto o considerato che anche il mondo della lettura è pieno di conservatori tradizionalisti che vedono ogni tentativo di innovazione come un attentato alla propria identità se non una malefica e diabolica impostura da respingere e schiacciare: gli immancabili detrattori. Presi da un fuoco di indignazione immotivato, costoro si appellano a visioni poetiche per difendere un modo di leggere secondo loro aureo e molto più nobilitante dalla fredda e disgustosa lettura digitale. Insomma, difendono un'idea di lettura (dopotutto il mondo dell'Homo sapiens è stato edificato e si sostiene sulle idee) dimenticando quello che invece dovrebbe stargli più a cuore, ovvero le opere e il contenuto delle stesse. E invece no: evidentemente per loro è molto più importante la forma, l'estetica e l'idea invece di quello che il libro si porta dentro, ovvero il messaggio e il contenuto, la sostanza se vogliamo. Dunque, evviva il fumo e al diavolo l'arrosto!

La cosa buffa è che cosi facendo queste persone cascano nell'ovvio e si rendono forse addirittura ridicole agli occhi di alcuni altri lettori (fortunatamente non tutti conservatori e "fondamentalisti" come loro). Infatti, tutto questo astio assomiglia solo a una vuota lagna, un capriccio, perché nessuno ha mai messo in discussione quello che loro vanno a difendere in modo quasi dogmatico e religioso. Non c'e' stato nessun attacco al libro di carta e nessuna dichiarazione pericolosa ai danni di questi ultimi!

Beh, svelo un segreto su questi ebook reader e gli ebook in generale ai detrattori incalliti. Gli ebook non sono nati per sostituirsi alla carta stampata e chi li utilizza non li ha sostituiti al libro tradizionale con le pagine profumate di polvere. No. In verità gli ebook sono semplicemente un mezzo aggiuntivo a quello tradizionale per semplificare la vita di alcuni lettori andando incontro a determinate esigenze personali. Tutto qui. 

Si, esatto: tutto qui.

Esorto a chiederlo a tutti i lettori di ebook. Vedrete che diranno le medesime cose e aggiungeranno con grande obiettività che un libro di carta rimane comunque un'altra cosa, su un'altro livello. Quindi che film hanno visto i detrattori? Non lo so a dire il vero, ma questo atteggiamento fa emergere quanto coloro che credono fermamente di essere grandi lettori e difensori dei libri lo siano in realtà in un modo meno profondo di quanto credono. Dico questo per un motivo che ho già esposto brevemente sopra, ma che mi preme ripetere ed estendere perché alla fine è il vero senso di questo post polemico e lo farò partendo da una visione personale dell'attività "lettura".

Quello che dovrebbe davvero contare sopra ogni altra cosa per un lettore innamorato dei libri, a parte tutte queste chiacchiere e conflitti da becera tifoseria, è LEGGERE. Il mezzo attraverso il quale si effettua questa antica e fruttuosa attività non dovrebbe contare nulla e, si, il "libro fisico" secondo me non è altro che un mezzo, un involucro contenente il "frutto" di un altro essere umano, proprio come lo è un ebook. Con quest'ultimo cambia semplicemente il modo di approcciare alla lettura e il mezzo appunto, ma sempre di lettura si tratta o sbaglio? Non conta, o non dovrebbe per me contare come l'opera letteraria si presenta e quale forma sceglie per apparire innanzi ai nostri occhi o quale forma noi gli conferiamo scegliendo quello o questo involucro, conta quello che dice e il suo contenuto. Un lettore con la "l" maiuscola dovrebbe avere a cuore questo a mio parere e non le modalità e i mezzi con cui si legge. E se gli ebook permettono di leggere con più facilità e ad aumentare i lettori allora ben vengano: questo dovrebbe essere il traguardo più importante per un lettore interessato e innamorato alla lettura. E invece questo modo di agire contro gli ebook da parte di certi detrattori dimostra che a quanto pare non sono queste le cose importanti per loro e io dissento totalmente e respingo la loro idea prosaica e materialista che hanno del libro e della lettura. 

Infine, vi confesso una cosa (forse due) prima di chiudere del tutto. In passato facevo davvero pena come lettore, ma grazie agli ebook sono diventato un lettore migliore e ho aumentato a dismisura la quantità di testi letti. Aggiungo poi che non disdegno i libri tradizionali di carta e anzi continuo a comprarli, seppure devo dire che trovo più semplice e immediato leggere su un ebook reader che su un classico libro ormai. E non è questa la cosa più importante di tutte alla fine? Leggere... soltanto leggere. Chissenefrega del mezzo!

16 agosto 2019

Dragon Ball: gli invisibili pregi di un manga di successo

“Dragon Ball” di Akira Toriyama non ha bisogno di nessuna presentazione. Più o meno tutti conoscono l'opera magna di questo famoso mangaka nata nel lontano 1984 conquistando un successo praticamente planetario. Eppure tale successo è in un certo verso "bilanciato" da una valanga di critiche negative da parte di una fetta di appassionati di manga e anime che fin troppo spesso sembrano peccare di parzialità e di becera "tifoseria". E personalmente vedo più caricature e deformazioni nei confronti di quest'opera che vere critiche portate avanti con cognizione di causa e onestà intellettuale. 
 
Per questi motivi ho decido di provare a valorizzare e a riscattare "Dragon Ball" da questa ingrata e gratuita macchina del fango per mostrarne qualche pregio inosservato persosi in questa smania incessante di demolizione, in questo soffocante miasma. Da questo personale tentativo è venuta fuori un'analisi particolare e del tutto soggettiva sull'opera più celebre di Toriyama e che qui vado a trattare.


Naturalmente, sia chiaro, in questa mia personale analisi prenderò in considerazione soltanto il manga e non le varie serie animate le quali, per ovvie ragioni di adattamento e di trasposizione, hanno perso gran parte di quelle pregevoli caratteristiche che andrò ad analizzare più sotto. Un discorso a parte meriterebbe “Dragon Ball Kai” che al contrario risulta perfettamente in linea con il manga originale e la serie "Dragon Ball Super" che, invero, recupera alcuni tratti positivi del fumetto, ma non è il caso di parlare di queste due serie qui. 
 
Ho precisato quanto sopra per evitare commenti polemici e magari sarcastici da parte di chi ha visionato solo ed esclusivamente le serie animate senza toccare il manga. Anzi, invito queste persone a rivederle con calma senza idee preconcette anziché aggrapparsi a un ricordo ormai sbiadito e, nel caso, a leggersi anche il manga evitando cosi di dar cieca fiducia ai fallaci tormentoni del web sui presunti difetti dell’opera di Toriyama tanto diffusi, condivisi e perpetrati anche dai fan del Mondo del Drago come fossero il Vangelo. Bene, dopo questa pappardella posso passare all'argomento principale del post: quali sono questi pregi di "Dragon Ball"?

Dopo una breve riflessione personale e ripensando alle parole degli estimatori di quest’opera, sono arrivato alla conclusione che “Dragon Ball” (ricordo, il manga) ha un punto di forza non indifferente derivante dalla capacità del maestro Toriyama di oscillare tra la rapidità e la semplicità. Cosa voglio dire con questo? E, inoltre, sono davvero cosi importanti tali elementi, questi valori? A mio modesto parere si, ancor più se si pensa alla “nona arte” dove il saper tenere il lettore incollato alle tavole e rendendogli la lettura il meno pesante possibile ha un’importanza che oserei definire capitale. Ma andiamo con calma.


Nel dattiloscritto “Sei passeggiate nei boschi narrativi” di Umberto Eco (potete trovare qui un mio commento al testo) si legge che "la rapidità è una virtù narrativa". Qualche anno prima Italo Calvino la inserì guarda caso tra i valori letterari da conservare nel prossimo millennio (era il 1985). Sembra proprio che Toriyama non la pensi diversamente, o almeno secondo la mia personale visione. 
 
“Dragon Ball” è un fumetto che fa della rapidità una sorta di apologia. Leggendolo salta subito all'occhio come certi espedienti narrativi, spesso onnipresenti in altri manga famosi, siano stati in qualche modo omessi. E a mio parere questa omissione non è un difetto bensì una scelta narrativa ben precisa dell'autore se non una sua personale caratteristica (magari messa in atto inconsciamente) volta a rendere la narrazione la più rapida possibile riuscendo a focalizzare l’attenzione del lettore sugli eventi correnti senza alcun tipo di distrazione. 
Ad esempio, alcuni mangaka usano molti flash-back nelle loro storie facendone addirittura un tratto distintivo mentre Toriyama non ha mai puntato su di essi. Questo permette a “Dragon Ball” di viaggiare a una velocità costante senza mai subire rallentamenti di sorta e sfoggiando un ritmo narrativo invidiabile e imbattibile. Infatti, il saltare avanti e indietro alterando l’intreccio, rendendo di fatto la narrazione non-lineare, porta all'inevitabile rallentamento del ritmo rischiando di appesantire la lettura se non, in casi estremi, di far perdere il filo del discorso al lettore e tutto questo viene sapientemente evitato  da Toriyama. E se da una parte la mancanza dei flash-back può apparire un limite perché, cosi facendo, si rischia di affievolire l’aspetto emozionale di alcune scene e di non riuscire ad approfondire al meglio un dato personaggio dall'altra non può far altro che rafforzare l’abilità del mangaka il quale deve caratterizzare al meglio i personaggi e rendere emotive le varie scene senza artefici narrativi di alcun genere, affidandosi esclusivamente al disegno e all'impostazione registica delle tavole, contando esclusivamente su se stesso. Naturalmente ciò che rende tanto rapido "Dragon Ball" è anche l’utilizzo di alcune ellissi e sommari oltre a limitare al massimo le pause narrative. In pratica il maestro dà molta importanza alla narrazione dei fatti, al "presente", che non alla sospensione e alla digressione: ciò rende il ritmo narrativo molto veloce. In pratica è una caratteristica peculiare di questo mangaka che probabilmente ha avuto qualche merito nel successo planetario di questo fumetto ormai famosissimo. A tal proposito, per portare qualche altro esempio concreto basti pensare al contenuto dei singoli volumi e alle varie saghe. Per quanto mi riguarda, non vi è alcun tempo morto: tutto procede speditamente e l’azione è quasi onnipresente, inoltre tra la fine di una saga e l’inizio di un’altra non ci sono mai capitoli meramente riempitivi o atti ad allungare il brodo, ma si va subito al sodo senza troppi giri di parole e... di disegni. E quando ci sono spiegazioni da fornire Toriyama le condensa in poche vignette non perdendosi in spiegoni interminabili evitando in tal modo un fisiologico calo di tensione e magari anche la noia nel lettore. Infine, quando si devono menare le mani lo si fa evitando qualsivoglia interruzione; insomma si combatte e basta!

Alla sopra discussa rapidità Toriyama ha affiancato la semplicità. 
 
Qui dobbiamo subito dileguare qualche dubbio e pregiudizio. "Semplicità" non è sinonimo di banalità e non la intendo di certo nell'accezione negativa della parola. “Dragon Ball” è semplice nel senso più positivo possibile del termine, ovvero che non è complesso e risulta immediato, di facile lettura. Eppure non dobbiamo essere tratti in inganno da questo suo valore poiché come direbbe uno chef esperto le ricette semplici sono spesso le più difficili da preparare e le più insidiose. 
In verità, ad essere precisi, questa semplicità è in parte frutto della già ampiamente discussa rapidità se non di una sua diretta conseguenza. Dopotutto una struttura narrativa lineare e priva di troppi artefici narrativi tende di fatto e in modo del tutto naturale a semplificare non poco la lettura al lettore rendendola più fluida, ma c’e’ una semplicità che deriva anche da altri aspetti secondo me. Questo manga vanta difatti una semplicità anche dal punto di vista tematico e della trama in senso generale.

Il realizzare saghe cicliche, puntare su una trama per nulla cervellotica ed evitare al contempo temi forti e “pipponi” filosofici è sintomo di una voluta e sentita semplicità e genuinità che rende questo fumetto non diverso dal protagonista che ravviva le sue pagine, Son Goku. Questa semplicità si rispecchia persino nei disegni che, tuttavia, sono tutt'altro che ingenui o banali e nascondono una tecnica e uno stile invidiabili, unici e geniali. Ciononostante, sotto-sotto, delle tematiche sono comunque presenti nell'opera di Toriyama solo che, invece di essere esplicitate attraverso i dialoghi dei personaggi ed essere urlate ai quattro venti a ogni balloon, sono implicite nelle azioni degli stessi cosa che a mio modesto parere è anche più efficace se si considera che nella vita ciò che più conta e qualifica le persone sono le azioni e non tanto le parole. In pratica, l'azione diventa un canale per trasmettere le varie tematiche rafforzando il detto anglosassone relativo allo storytelling, "Show, don't tell!".

Tutto quello che ho scritto sopra, dal mio opinabile punto di vista, rende “Dragon Ball” un manga semplice, diretto, senza troppi fronzoli narrativi, leggero, per nulla pesante e spedito come un treno in corsa senza freni. Questo per me è ciò che lo caratterizza, il suo punto di forza maggiore che non sempre gli viene riconosciuto anzi, viene visto a torto come un difetto. 
 
“Dragon Ball” non vuole essere un fumetto complesso, ramificato, contorto e profondo, ma un’opera non impegnativa per il proprio lettore e, a mio parere, ci vuole anche questo nella vita: leggerezza e spensieratezza. Per riflettere e commuoversi a ogni pagina, per deprimersi ed interrogarsi sul senso della vita ci sono altri titoli. Secondo me prima di avvicinarsi a “Dragon Ball” si deve ben capire questo per goderselo pienamente ed evitare al contempo opinioni preconcette e inutili paragoni a tutti i costi con altri famosi manga. In fin dei conti ogni opera è a se ed è figlia del suo tempo e del suo autore il quale è unico e inimitabile e va apprezzato (se meritevole e in tal caso il merito esiste per me) per il suo modo di raccontare, per il suo personalissimo stile. Dovremmo poi ricordarci che ogni autore, anche a livello inconscio, ha sempre in mente un certo tipo di lettore al quale direttamente o indirettamente si rivolge e per riuscire a beneficiare a meglio della sua creazione dovremmo impegnarci ad essere tutti dei cosiddetti lettori modello. E "Dragon Ball" ha proprio bisogno di lettori modello a mio dire!

“Guai se un testo dicesse tutto quello che il suo destinatario dovrebbe capire: non finirebbe più. {…} Uno scrittore, per dire troppo, a volte diventa più comico dei suoi personaggi” scriveva Umberto Eco. Personalmente, credo che Toriyama sia riuscito a tenersi ben lontano da un simile rischio, non trovate anche voi? 

Spero la lettura sia stata di vostro gradimento e vi ringrazio per avermi dedicato il vostro tempo. 

P.S. Questo post è dedicato a tutti gli amici che mi sono stati vicini e mi hanno consigliato dopo che il blog originale in cui i vari post a tema "anime e manga" (come il qui presente) è stato chiuso con la conseguente perdita di materiale. Inoltre è dedicato a chi vive con vera passione l'amore per "Dragon Ball", a chi ha sempre saputo essere un lettore (o spettatore nel caso delle serie animate) modello e a chi scrive quotidianamente articoli a tema "Dragon Ball" con cura e rispetto dei lettori (il Team Saiyajin in testa a tutti). 

20 settembre 2018

Sapiens, Breve Storia dell'Umanità di Y.N.Harari - COMMENTO

Non sono un esperto di Storia e mai ho letto un saggio storiografico prima d'ora ma, al di là dei possibili limiti ed errori che i più smaliziati potrebbero riscontrare nel corso della lettura (attenzione: non sto dicendo che ci siano, semplicemente non ne escludo la possibilità da ignorante in materia), questo libro sa stuzzicare non poco l'appetito ripercorrendo il cammino evolutivo dell'umanità dal principio fino ai giorni nostri, con una gustosa visione d'insieme e una privilegiata prospettiva storica derivante dalle varie scoperte e studi degli esperti nel settore che lo rendono un must.

Pubblicato nel 2011 in lingua ebraica prima e nel 2014 in lingua inglese poi, "Sapiens" è diventato un autentico bestseller ricevendo giudizi assai positivi dai molti lettori e alcune critiche dagli esperti. Se ho conosciuto questo libro lo devo a Bill Gates che lo consigliò nel suo blog personale insieme ad altri quattro libri qualche estate fa: mai un consiglio fu cosi prezioso!

Personalmente, trovo davvero geniale la proposta di Yuval Noah Harari. Riuscire a racchiudere in circa cinquecento pagine l'intero percorso storico-evolutivo della specie umana, riuscendo a rapire l'attenzione del lettore, non può non sorprendere per via dell'abilità insita in una simile operazione storica. In pratica, ci ha donato una bibbia storiografica, un libro suggestivo e per nulla pedante che sa sorprendere e illuminare oltre  che rinfrescare la memoria in modo inedito e assai più appassionante rispetto ai freddi testi scolastici. "Sapiens" sa donare persino interessanti punti di vista e delle autentiche riflessioni sul nostro modo di rapportarci alla natura e agli altri esseri viventi che popolano e condividono la Terra con noi riuscendo magari a solleticare la nostra coscienza. A tal proposito, non ho potuto fare a meno di notare come il monoteismo (tra le altre cose) ci abbia lasciato una scomoda e forse sottovalutata eredità che effettivamente ha portato a delle tragiche conseguenze per le altre specie e non solo: l'antropocentrismo. 

Ciò che ho apprezzato nel corso della lettura è stata la mancanza di una qualsivoglia idealizzazione da parte dell'autore nei confronti del passato e dei nostri antenati o una facile condanna "demonizzante" (come purtroppo va fin troppo di moda fare oggigiorno) nei confronti del presente. Ho anche notato una certa schiettezza e alcune osservazioni che, come detto, possono portare a qualche riflessione filosofica smuovendo qualcosa nei nostri cervelli. Naturalmente, essendo un saggio troveremo affiancate ai fatti anche delle tesi personali dell'autore più o meno condivisibili eppure stimolanti. Forse, almeno secondo me, verso la fine il professor Harari sembra cedere un po' all'allarmismo e al pessimismo nelle sue valutazioni sul nostro futuro, sebbene grazie a ciò porta all'attenzione del lettore quesiti mica da ridere - e questo mi porta a pensare che sia voluto: cosa vogliamo davvero come specie? Saremo in grado di utilizzare con responsabilità il potere ottenuto negli ultimi secoli? Non solo: la storiografia non dovrebbe, tra le altre cose, indagare anche la felicità e di come essa si presenti, aumenti o diminuisca all'interno delle società umane di ogni epoca e di ogni tempo? Ognuno troverà la sua personale risposta a questi quesiti.

Al termine della lettura ho provato una maggiore consapevolezza nell'essere solo una parte del mondo animale e naturale, di far parte di una collettività molto ampia. Oltre a questo, ho avuto una conferma: la filosofia deve assolutamente accompagnare la scienza, entrambe le discipline devono saper dialogare senza pregiudizi di sorta nei confronti dell'altra arrivando all'osmosi e fare parte del bagaglio personale di ognuno di noi.

E' stata una lettura stranamente molto lunga a causa di varie pause personali tra un capitolo e l'altro. E' stata una vera odissea per me riuscire a concludere questo libro e, visto il tema trattato, non lo trovo poi cosi strano. Ma non fraintendetemi: la colpa è solo mia e dei miei impegni, non dell'autore il quale ha al contrario sempre saputo conquistarmi ogni volta che ritornavo sulle pagine del suo libro, catturandomi. 

Mi sento di consigliare "Sapiens" a tutti soprattutto a coloro che hanno fame di conoscenza, seppure non escludo possibili errori nel contenuto divulgativo. Buona lettura!

15 aprile 2018

The Killing Joke di Alan Moore: siamo tutti Joker - COMMENTO

Vorrei buttare giù due parole su un'opera fumettistica assai acclamata e già anticipata nel titolo del presente post: "The Killing Joke", scritto da Alan Moore e illustrato da Brian Bolland.

Come al solito per i nuovi e casuali lettori ci tengo a sottolineare che le mie NON sono recensioni ma mere opinioni personali. L'unico scopo da parte mia è quello di rendere fede alla filosofia del presente blog ben incarnata nel titolo che ho scelto per esso, ovvero fornire senza grandi pretese qualche input sia anche semplicemente incuriosire le persone nei confronti di un'opera (come in questo caso) o donare un punto di vista diverso. Tutto qui.


Evitando troppi giri di parole, "The Killing Joke" è un'opera che consiglierei di leggere a tutti i lettori. Che siate o meno lettori di fumetti, che siate o meno appassionati di "Batman" o del genere supereroistico in generale, che siate o meno esperti della storia dell'uomo-pipistrello questo fumetto lo consiglierei a prescindere - anche perché, almeno secondo me, si presta particolarmente bene ai neofiti. Certo, ciò a patto che ci sia dell'attrattiva perché niente deve essere letto controvoglia o, peggio ancora, per fare contenti gli altri. 

Ci ritroviamo dinnanzi a un fumetto dai colori a tratti psichedelici messi al servizio di una storia a tinte psicotiche che si focalizza sul personaggio del Joker. Naturalmente non manca Batman.

A l'uomo dal riso perenne viene donato un passato, un'origine, si fa luce nell'oscurità misterica che da sempre lo avvolge. E come spesso accade quando si vuole andare a fondo sondando le origini di un essere apparentemente fuori dal comune, la rivelazione non fa altro che smascherare un uomo comune privo di qual si voglia straordinarietà e non diverso da noi e non meno umano di noi, portandoci a una scoperta sconvolgente che rimescola in un certo senso le nostre carte. Tuttavia, se alle volte lo scoperchiare il vaso che custodisce l'ignoto rischia di portare collateralmente all'effetto di spazzare via ogni suggestione, in questo caso la rivelazione aumenta invero il sinistro fascino di tale icona fumettistica riconsegnandocela sotto una nuova luce e in qualche modo tragica. 

Ebbene, al termine della lettura lo sconcerto giunge dalla presa di coscienza che, alla fin fine, Joker sono io, sei tu... siamo tutti noi. 

Joker è la risposta irrazionale a un tragico evento, a una pessima giornata che la vita casualmente ci "regala". Joker è colui che non vuole ricordare, ma affogare il passato nell'oblio cercando una lucidità e un senso nella follia, unico fascio di luce perversa nell'oscurità. Moore ci esplicita, attraverso un viaggio inquietante della psiche, il perché il clown è davvero la nemesi perfetta dell'uomo pipistrello presentandocelo come la seconda faccia di una stessa medaglia, un riflesso sogghignante in uno specchio diabolico. E lo fa con una sottile profondità sfruttando peraltro una regia di stampo cinematografico e di ottima fattura, palesandoci quanto i due eterni antagonisti siano in realtà legati da un filo srotolatosi da un medesimo arcaico gomitolo: una giornata finita male. 

No, Joker non è solo un personaggio fittizio confinato comodamente all'interno di una sequenza di vignette colorate, ma è in mezzo a noi e ci sorride dalle pieghe oscure della nostra vita.

2 febbraio 2018

IT, il Pagliaccio che non spaventa - COMMENTO

Non ho ancora letto il libro e non ho nemmeno visto l'amata mini-serie degli anni '90, quindi "IT" del 2017 diretto da Andres Muschietti è stato il mio primo vero contatto con l'opera celeberrima di Stephen King. Nonostante questo, giusto per non apparire fuori dal mondo agli occhi di chi legge, in linea generale sapevo pressapoco di cosa trattava, cosa in parte aspettarmi e di quanto "IT" fosse amato dai lettori.

A differenza dei detrattori del primo secondo e dei nostalgici a tutti i costi, non ho trovato affatto forzata e fuoriluogo la volontà di realizzare questa trasposizione (a mio parere necessaria e d'obbligo) per due semplici motivi. In primis la trasposizione degli anni '90 era stata creata per la televisione ed è, da quanto si dice, invecchiata assai male e questo, per me, già giustifica e qualifica questo "IT"; in secondis il presente adattamento si tratta della prima vera trasposizione cinematografica della storia del libro di King e non di un remake come qualcuno ha confusamente e, in certi casi, malignamente sostenuto. Dunque, secondo me, non ha molto senso inserire questo film in quella tendenza odierna hollywoodiana di ricorrere a remake, sequel, reboot, prequel di classici e capolavori del passato per sopperire a una cronica mancanza di idee; è un discorso che non ci azzecca proprio nulla in questo caso.
Ma bando alle ciance!



Personalmente questo film non mi è dispiaciuto, al di là del titolo che ho dato a questo post che può fuorviare - ma ha il suo perché, e lo vedremo più avanti. 

In realtà ho sempre avuto un debole - non chiedetemi il perché, non lo so nemmeno io - per le pellicole aventi come protagonisti un gruppo di ragazzini affiatati dove si assiste a nuovi incontri e persino a sottili "love-story", stilemi qui presenti in toto. Pero con questo "IT" si va oltre perché abbiamo a che fare con un gruppo di ragazzini che, loro malgrado, si ritrovano ad affrontare non un'avventura colorata o una simpatica e divertita sfida tra coetanei, bensì un essere o meglio una cosa sovrumana, atavica e "aliena" al genere umano; si ritrovano ad affrontare un orrore malefico, un incubo incarnato sotto-forma di clown d'altri tempi. E questo lo rende un po' diverso dagli altri film di questa tipologia, benché le dinamiche interne del gruppo siano le medesime di altri prodotti simili (basti pensare anche al recente "Stranger Things", fenomeno seriale Netflix) e naturalmente non poteva che essere cosi.

Tratto distintivo di queste pellicole è il racconto di formazione che anche qui è presente con la differenza che cambiano le modalità con cui viene affrontato e portato avanti. Infatti, qui si sfrutta l'horror e il sovrannaturale facendo emergere una tematica non da sottovalutare e nemmeno banale, ossia quella del riuscire a superare e vincere la paura e, nel caso di "IT", la paura di crescere, di diventare adulti. Si, entrare proprio in quel mondo che, nel film, è tutt'altro che un alleato o un dispensatore di saggi consigli anzi, gli adulti qui sono i primi seguaci inconsapevoli del diabolico IT e i primi oppositori dei nostri giovani e coraggiosi protagonisti se non proprio un allungamento del suo braccio/potere. E guarda caso il potere del terribile IT consiste proprio nell'evocare la paura delle sue prede rendendole tangibili, fisiche e, rovesciamento della medaglia, esso può essere sconfitto e annichilito solo una volta che si supera questa paura che da esso trasuda.

Ma cosa deve avere un film del genere per funzionare oltre a quello che abbiamo già segnalato? A parte il racconto di formazione (presente) e certe dinamiche tipiche (presenti), deve possedere dei personaggi e degli attori che sappiano creare simpatia, empatia oltre che un'alchimia particolare verso lo spettatore. E "IT" possiede anche questo fondamentale ingrediente, almeno secondo il sottoscritto. E tra tutti, spiccano due attori (e di riflesso i due personaggi a loro assegnati) che mi hanno maggiormente "colpito": Jaeden Lieberher (Bill) e Sophia Lillis (Beverly), senza nulla togliere agli altri naturalmente.

Uhm, e tu che ci fai qui?    
 
Ciononostante è di un film horror che stiamo parlando e, per forza di cose, deve o dovrebbe sapere generare della tensione, farti sussultare o inquietarti almeno un poco...

Ed eccoci arrivati alla scoperta del titolo del post affatto casuale e che, visto il genere, potremo vedere come il limite e il difetto di "IT", ovvero: nel corso della visione non mi sono mai spaventato, non ho mai provato una grande tensione, nemmeno per una volta. Diciamo che da questo punto di vista emerge il suo lato da film per teenager e, in quanto tale, non riesce purtroppo a scalfire un adulto (o almeno non me), risultando cosi un film per nulla spaventoso e visivamente teen appunto. Certo ci sono dei momenti forti, ma non l'ho trovati troppo disturbanti personalmente parlando. Pertanto ritengo veramente esagerato se non una silente manovra di marketing furbetta per acchiappare spettatori maturi amanti dell'orrore quella di aver vietato la visione del film in America ai minori di 17 anni non accompagnati. Non fraintendetemi, a me ha fatto comodo tutto ciò visto che non amo spaventarmi troppo e avere gli incubi la notte per colpa di un film, ma devo comunque cercare di essere obiettivo e valutare il film all'interno del suo genere, no? E un horror che non spaventa... uhm... credo sia inutile aggiungere altro.


- Oh, ma che bella bocca che hai...
- E' per mangiarti meglio!
 
E il grande villain della storia? L'attesissimo IT? 
 
Come scritto all'inizio, non ho letto il libro quindi non posso pronunciarmi in merito. Posso solo dire che è sicuramente un personaggio pittoresco e abbastanza sadico, nonché grottesco seppure non è riuscito a darmi l'impressione di essere un cattivone con la "C" maiuscola. Onestamente, mi aspettavo un personaggio a suo modo più "badass" e "buca-schermo" in un certo senso. Comunque non male la caratterizzazione estetica su cui ben si adatta il volto "truccato" di Bill Skarsgard, seppure non mi è sembrato che abbia offerto chissà quale interpretazione se non nella media.

Detto quanto sopra, non è un film che ritengo di bassa qualità nemmeno dal punto di vista tecnico, questo lo voglio sottolineare (ovvio che si tratta, come tutto il commento, di un'opinione del tutto personale). La fotografia mi è sembrata azzeccata e di buon livello (non avrebbe guastato una fotografia un po' più sporca e spenta visto il genere, secondo me) cosi come la scenografia soprattutto nella scelta delle location naturali. Gli effetti speciali mi sono parsi credibili e le musiche idonee per la storia trattata, azzeccate quando si doveva accompagnare e rafforzare la comparsa del folle clown sullo schermo. Il film inoltre, dall'alto della mia ignoranza chiariamolo, mi è sembrato ben diretto con alcune inquadrature quasi d'impatto e una messa in scena a volte suggestiva oltre che risultare registicamente pulito e chiaro. A questa pulizia visiva si contrappongono invero dei dialoghi sporchi e sboccati, una scelta che approvo e che immagino sia in linea con il romanzo di partenza. Ciononostante, credo che la sceneggiatura, dal punto di vista narrativo, abbia peccato di superficialità con il personaggio di Henry Bowers (seppure era chiaro avesse un seme di marciume "in seno", su questo gli sceneggiatori hanno centrato il punto). Personalmente parlando, mi sarei soffermato un po' di più su di lui accompagnando "dolcemente" lo spettatore nella sua evoluzione anziché spingerlo brutalmente giù da una scala nella sua totale "caduta" verso il male totale, sviscerando maggiormente il suo rapporto con il padre che invece si riduce a una scena contata e troppo vicina al momento del totale, irreversibile passo nell'oscurità.



Buona la prima dunque, ma non mi è sembrato il filmone che molti hanno descritto. E' una visione senza dubbio piacevole, simpatica e la quale probabilmente si apprezza ulteriormente in compagnia e non disdegna una seconda visione, ma non di più seppure pompata da una mirata e legittima campagna di marketing che ha sortito i suoi effetti: il film è stato un successo al botteghino, diventando l'horror più proficuo della storia del cinema, almeno a oggi. La voglia di leggermi il romanzo è comunque rimasta - segno molto positivo - e la volontà di vedere il sequel pure!